Lo scorso 06 giugno, a pochi mesi di distanza dall’uscita di Povere Creature!, è arrivato nelle sale un secondo lungometraggio di Yorgos Lanthimos, Kinds of Kindness, un’epopea in tre episodi che distrugge l’attuale concezione della società contemporanea.

Trama

Kinds of Kindness è un film diviso in tre episodi (apparentemente) antologici in cui Emma Stone, Jesse Plemons, Willem Dafoe e Margaret Qualley interpretano tre diversi personaggi. Unico filo conduttore è la figura interpretata da Yorgos Stefanakos identificata dall’acronimo R.M.F.

Recensione

Kinds of Kindness è l’ultima opera del regista greco Yorgos Lanthimos, che solo qualche mese fa, aveva stregato il pubblico con lo splendido Povere Creature!. A differenza di quest’ultimo, tuttavia, non aspettatevi un film lineare e facilmente comprensibile. Il cineasta, infatti, torna alla sua vecchia concezione di cinema, rispolverando gli stilemi delle sue prime opere (Dogtooth, Kinetta e Alps), ma inserendo un cast hollywoodiano, coronando finalmente il suo più grande sogno: portare il cinema greco al livello superiore.

Dalle opere greche al giorno d’oggi

Come già avevo anticipato nella recensione di Alps (qui), infatti, Lanthimos aveva espresso, tramite le immagini, il suo desiderio di approdare ad Hollywood, ma portando il suo cinema. Purtroppo, mi duole dire che solo ora ci sia veramente riuscito. In opere precedenti (vedi Il sacrificio del cervo sacro e The Lobster), aveva tentato, ma con un risultato piuttosto confuso. Non risultavano chiari né stile né obiettivo, rendendo queste opere sicuramente notevoli, ma mai eccellenti. Tuttavia, a volte, serve proprio allontanarsi da sé stessi per riuscire a ritrovarsi. Così è stato anche per Lanthimos che, dopo essersi discostato dal suo stile originario con La favorita e Povere Creature!, riprende il suo modus, riscoprendo se stesso e donandoci un’opera spettacolare. Il cineasta greco, infatti, torna ad analizzare la società contemporanea, e lo fa con tre episodi che, di volta in volta, analizzano un tema tipico del nostro tempo, legati da un unico filo conduttore: la disgregazione del tessuto sociale.

L’iconico ballo di Emma Stone, con alle spalle una donna in stato di incoscienza

La colonna sonora e le immagini

Altri due collanti che uniscono questi tre episodi sono sicuramente la regia e l’uso del sonoro. In tutti e tre gli episodi riconosciamo, come è ovvio che sia, lo stile registico di Lanthimos, che riprende tanto La Favorita, quanto Povere Creature!, passando per il suo bellissimo corto Nimic (recensione qui). E’ presente il tipico alternarsi di colore e bianco e nero, nonché la scelta delle palette di colori che coordinano scenografia e costumi. In aggiunta, le musiche diventano parte della narrazione. Come vedremo nell’analisi dei singoli episodi, ognuno di essi è accompagnato da due canzoni che ne suggellano e suggeriscono il significato.

Goffman e dintorni

In tutta la filmografia di Lanthimos è possibile individuare un riferimento alle teorie sociologiche di Erwing Goffman, il quale formulò il concetto di interazione simbolica esplicitato, per la prima volta, all’interno del suo La vita quotidiana come rappresentazione (The Presentation of Self in Everyday Life). Egli teorizza l’idea che i ruoli che ricopriamo all’interno della vita quotidiana, siano differenti e dipendano dal “teatro” (contesto) in cui siamo chiamati ad agire. Ognuno di noi, quindi ha diverse “facce” che espone a seconda della situazione in cui si trova. In questa opera del cineasta greco, il concetto è particolarmente evidente. Non solo il cartellone promozionale vede i visi degli attori rappresentati come maschere, ma anche all’interno del film gli stessi attori interpretano più ruoli. Emma Stone è Rita, Liz e Emily, Jesse Plemons è Robert, Daniel e Andrew ecc. Il loro comportamento e il ruolo che interpretano cambia in base all’episodio in cui si trovano. Questo concetto era già stato trattato da Lanthimos nel suo Alps, in cui i protagonisti erano degli attori che decidevano di interpretare il ruolo di persone decedute, per consolare i cari rimasti in vita.

Un cartellone promozionale di Kinds of Kindness

Spoiler Allert

Come sempre, quando si tratta di film di tale magnitudo mediatica e di significato, la recensione sarà prettamente con spoiler. Questo perchè risulterebbe impossibile parlare adeguatamente di un’opera come Kinds of Kindness, cercando di camuffarne la trama e le scene. Pertanto, se non avete visto il film il consiglio è di non proseguire nella lettura, ma tornarvi una volta completata la visione.

Episodio 1: La morte di R.M.F.

Il film si apre con il primo episodio in cui ci viene raccontato come la storia di Robert (Jesse Plemons), un impiegato alle dipendenze di un mefistofelico capo di nome Raymond (Willem Dafoe), si intreccerà con quella di Rita (Emma Stone). L’argomento cardine di questo episodio è la totale abnegazione al lavoro. L’episodio, infatti, si apre sulle note di Sweet Dreams, nella versione degli Eurythmics.

“Everybody’s looking for something.
Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused”.

– Dal testo di Sweet Dreams (Are Made Of This), Eurythmics

Nella contemporanea società neoliberistica e capitalistica, due dei grandi temi sono sicuramente lo sfruttamento dei lavoratori e il così detto workaholism (ossia la dipendenza da lavoro). Le persone vivono per lavorare ma, soprattutto, data la frugalità dei contratti, la ricerca di una stabilità economica mai accessibile, l’abolizione della contrattazione sindacale e l’abbassamento dei salari si è persa tutta la coscienza e la possibilità di una rivendicazione dei diritti dei lavoratori. Tutto ciò, porta i dipendenti a vivere una sorta di sindrome di Stoccolma con il proprio datore di lavoro.

Lanthimos mette in scena questo meccanismo di sfruttamento in modo geniale. Con il black humor e la capacità di analisi che lo contraddistinguono, ironizza sulla incapacità delle persone di scindere il guadagno dal regalo e l’ottenere un salario dal possesso. Il capo fornisce uno stipendio e, per tale motivo, è padrone della casa (di cui conosce anche la password dell’antifurto), dei mobili, dei soprammobili e persino delle nostre vite. Ci definisce gli orari in cui alzarci, mangiare, camminare, fare l’amore. Definisce anche se e in che modo possiamo avere figli, quando sposarci e in che modo. Il denaro diventa il fine per cui vendiamo le nostre vite. Siamo incarcerati e innamorati del nostro carceriere. E non importa se ci chiederà cose estreme. Tutto ciò che ci importerà è di non deluderlo.

“Sapevo che questo giovanotto non ci avrebbe delusi”

Dice Raymond a Vivian

In questa dinamica perversa, la figura di Rita (interpretata da Emma Stone), altro non è che l’incarnazione della competizione sul posto di lavoro. In un mondo in cui ci si affanna sull’importanza di creare gruppo, la verità è che i dirigenti, per ottenere il massimo dai loro sottoposti, spesso li mettono in competizione. Rita è il motore che porta Robert a decidere di accantonare la propria coscienza in cambio dell’approvazione di Raymond.

Robert tra Vivien e Raymond

L’episodio termina sarcasticamente nell’inquadratura in cui vediamo Robert a letto con Raymond e Vivian, questi ultimi quasi come figure genitoriali del dipendente, e sulle note di How Deep is your love? dei  Bee Gees.

“How deep is your love?
I really mean to learn
‘Cause we’re living in a world of fools
Breaking us down when they all should let us be
We belong to you and me”

Dal testo di How deep is your love, Bee Gees

Episodio 2: R.M.F. vola

Il secondo episodio narra la storia di Daniel (Jesse Plemons) un poliziotto sposato con Liz (Emma Stone) la quale, a seguito di un viaggio di lavoro, risulta scomparsa. Dopo qualche giorno verrà ritrovata, ma Daniel è convinto che quella non sia la sua vera moglie.

Il tema affrontato in questo secondo cortometraggio è l’inconsistenza delle relazioni sentimentali nella società contemporanea. Dopo la scomparsa di Liz, Daniel sembra inconsolabile. Così inconsolabile da chiedere ai suoi amici Neil (Mamoudou Athie) e Martha (Margaret Qualley) di fargli compagnia guardando dei vecchi video di Liz. I due amici sembrano evidentemente a disagio e il motivo è semplice: i video che Daniel vuole rivedere li ritraggono mentre hanno un rapporto a quattro.

Lanthimos, come la sua solita schiettezza ed ironia, analizza come le relazioni di coppia si siano evolute nella nostra società.

Fil rouge è questa sorta di immaturità costante. Se, da una parte, siamo alla ricerca pressoché infinita del piacere e delle nuove esperienze sessuali, per sopperire alla monotonia, dall’altra siamo totalmente incapaci di responsabilizzarci. Questo aspetto emerge nel momento in cui Liz (Emma Stone) viene ritrovata e si scopre essere incinta. Esacerbando il senso di smarrimento di un coniuge, dovuto alla nuova situazione (l’arrivo di un bambino/a), il regista ci beffeggia, ritraendo Robert come un uomo in preda ad un delirio paranoico e un ritorno allo stato infantile. Non riconosce più la compagna la quale, giustamente, ha semplicemente i sintomi di una gravidanza (e.g. cambi di gusti alimentari, gonfiore dei piedi), e fa i capricci dicendo di non voler mangiare.

Liz imbocca Daniel, il quale si rifiuta di mangiare

L’analisi verte anche sul tipo di legami che siamo disposti ad instaurare. Da una parte, infatti, dal discorso tra Liz e suo padre (Willem Dafoe) emerge la consapevolezza che la scelta del partner, spesso deriva da una cosciente accettazione dell’impossibilità di poter trovare la persona adatta.

“Ho fatto un sogno, ho sognato un’isola in cui i cani erano umani e gli umani cani. I cani ci trattavano bene, ci davano alloggio e da mangiare. Di solito erano avanzi, principalmente cioccolato perchè lo sai, i cani non possono mangiare il cioccolato. Ogni tanto ci davano la carne. Io ho aspettato per giorni di riuscire a prendere la carne, ma arrivavo sempre tardi ed era già finita. Così alla fine ho iniziato a mangiare il cioccolato. E ho capito che è meglio accontentarsi di qualcosa che è sempre disponibile piuttosto che cercare qualcosa che finisce presto la mattina”.

– parafrasi del discorso tra Liz e il padre

Dall’altra vi è questa richiesta costante di sacrificio all’interno della coppia. Liz per garantire di essere veramente lei, sarà portata ad amputarsi un dito e poi ad estrarsi il fegato. L’unico modo che ha di dimostrare a Daniel la sua veridicità, è compiere l’estremo sacrificio. Rinunciando a sé stessa e alla sua stessa vita, il marito si convince del ritorno dell’amata, in un gioco perverso in cui l’unica visione della coppia è quella in cui il partner, seppur apparentemente libero sessualmente, debba abnegare sé stesso all’altro.

There’s no sign of the morning coming
You’ve been left on your own
Like a rainbow in the dark

– canzone finale dell’episodio, Rainbow in the dark, Dio

Episodio 3: R.M.F. mangia un sandwich

Il terzo e ultimo episodio di Kinds of Kindness narra la storia di Emily (Emma Stone) e della sua ricerca di una persona dotata del dono della resurrezione, per la setta cui appartiene. In questa avventura sarà accompagnata da Andrew (Jesse Plemons), silenzioso compagno di viaggio e membro anch’egli della setta.

Il tema su cui verte l’intero episodio è la ricerca di quel senso perduto di comunità. Negli ultimi anni si è, infatti, vista una crescita quasi esponenziale del numero di gruppi religiosi di stampo settario, anche su piattaforme social come TikTok (vedi documentario Dancing for the Devil: storia di una setta su TikTok disponibile su Netflix). La religione è, infatti, da sempre uno dei collanti del concetto stesso di comunità. Con il declino delle principali religioni monoteistiche, e la crescita della società individualistica, archetipo che la società capitalistica ha largamente fomentato, le persone sono portate a ricercare quel senso di appartenenza perduto all’interno di nuovi culti.

Nell’episodio messo in scena da Lanthimos, vediamo un riferimento, decisamente poco casuale, al concetto di resurrezione. La persona che Emily ed Andrew stanno cercando deve avere questa caratteristica, rimandando alla mente la concezione del Cristo. L’immaginario legato alla religione cattolica (prettamente) si ritrova anche all’interno della setta. Viene ripreso il simbolismo di “acqua santa”, dell’epurazione dei peccati tramite il sacrificio, benché venga introdotto l’idea di sessualità “santa”, tipico delle sette dei nostri giorni.

La setta

La famiglia composta da Emily, Joseph (Joe Alwyn) e la figlia, viene contrapposta alla famiglia settaria. Nella prima Emily viene violentata dal marito dimostrando, ancora una volta, la disfunzionalità dei rapporti familiari della nostra società. Tuttavia, l’alternativa non è migliore. Emily si rifugia in una setta in cui comunque sono richiesti rapporti sessuali i quali vengono, tuttavia, glorificati in nome della purezza. La voluta assurdità di tale situazione risulta evidente nelle parole di Aka (Hong Chau), la santona:

“Sei stata contaminata. Hai fatto del male solo a te stessa. Dovevi impedirgli di contaminarti. Forse sei fatta per vivere in una casa con un marito e una figlia”

– Aka rivolgendosi ad Emily

Il problema non è (più) lo stupro in sé, ma che il rapporto sia avvenuto con qualcuno al di fuori della setta. La critica è velata, ma presente. Questa tipologia di sette sovverte il concetto di giusto e sbagliato, riformulandolo all’interno del dualismo dentro o fuori.

Lanthimos, come sempre e come negli altri episodi, non ci delude nell’uso del sarcasmo, concludendo l’episodio con la morte della giovane Ruth (colei che ha il potere della resurrezione), sbeffeggiando quella ricerca di una sorta di salvezza e senso di appartenenza, in una società che non è possibile salvare. Dio è morto, letteralmente.

Conclusioni

Kinds of Kindness è un film potente, dall’ottima costruzione e dal ritmo incalzante. Delle tre ore (circa) di durata, non se ne sente la pesantezza. Gli attori restano sempre in parte, dimostrando pienamente le loro capacità. Emma Stone si conferma una certezza e la vera scoperta è Jesse Plemons che dimostra le sue grandi doti attoriali. Benché gli episodi sembrino apparentemente slegati, la realtà è che essi sono più facce della stessa medaglia. L’individualismo nel mondo del lavoro, la disgregazione dei rapporti familiari e la ricerca di un nuovo senso di comunità, hanno in comune la perdita del tessuto sociale che (probabilmente), può essere visto nel personaggio R.M.F. Ciononostante Kinds of Kindness è, sicuramente, un’opera di difficile comprensione ed è possibile che, appena usciti dalla visione, vi domandiate cosa abbiate visto. Eppure non spaventatevi. Basta fermarsi un attimo e riavvolgere il nastro per capire quale sia l’intento del cineasta greco. Personalmente non vedo l’ora di poterlo rivedere una seconda volta e rendermi conto di quanti altri dettagli io mi sia persa.

Classificazione: 4.5 su 5.